Senza obbedienza non può esserci disobbedienza. Che è come dire: l’atto del dissentire trova fondamento nel suo opposto. O forse esiste grazie al suo opposto.

È, infatti, nella rottura della convenzione che nasce tutto. Una rottura che risveglia l’essenza più autentica della società democratica, svincolando gli individui dalla coercizione del potere.

Ma cosa significa disobbedire? E da cosa disobbediamo?

Il primo pensatore a tracciare il perimetro di una possibile risposta è Henry David Thoreau, con la teoria della disobbedienza civile. Ma prima di lui Sofocle, Platone, Socrate. Un viaggio che arriva ai giorni nostri passando dall’esempio di Don Lorenzo Milani e fino alla comunità di Riace e a Carola Rackete.

Dalla politica alla religione, dalla scienza all’arte, dalla musica allo sport. La storia è costellata di esempi di disobbedienza. E in ognuno di essi la logica è il rovesciamento del paradigma della sottomissione.

Disobbedire significa allora dar forma alla propria libertà, assumersi un rischio, rinunciare allo status quo, correre in senso opposto.

È questa la rotta della quinta edizione del Festival Officine Permanenti: una due giorni di confronti multidisciplinari animata da un’originale sovrapposizione di linguaggi, visioni e performance.  Le voci più significative di chi ha scelto la cultura del no per provare a costruire un nuovo mondo.

Non resta che dire: siete pronti a disobbedire?

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